È notte fonda a L'Aquila. Nevica da ore. Un uomo esce di casa come faceva da ragazzo, per incidere da solo le sue orme sul bianco intatto. Ma un boato, la terra che trema, una caduta improvvisa lo strappano alla consuetudine: quando riapre gli occhi si ritrova in un tendone d'ospedale piantato davanti a una basilica sventrata, in una città devastata e insieme irriconoscibile. Comincia così un viaggio notturno in una città trasfigurata in teatro metafisico: tende come piramidi marziane, piazze-sepolcro, una basilica ridotta a merletto di pietra, cinema fantasma, un misterioso castello abitato dalla carcassa di una mastodontica e disumana creatura, palazzi aperti come puzzle nel vuoto. Un cane senza nome lo accompagna tra neve, macerie e silenzi, mentre la memoria privata (un padre poeta, le notti di neve alla finestra, il buio del cinema, i cartoni dell'infanzia) si intreccia al trauma collettivo del sisma del 6 aprile 2009, evocato anche attraverso frammenti crudi di cronaca. L'uomo non sa se stia sognando, se sia in coma, se sia già morto o ancora vivo: sa soltanto che qualcuno sembra "girare un film su di lui" e che ogni impronta sulla neve è insieme passo, ferita e parola. PROFONDO BIANCO è un monologo visionario che trasforma una città ferita in palcoscenico interiore, necropoli metafisica, scenografia impeccabile, dove il vero cataclisma non è soltanto la distruzione ma la ricostruzione che leviga ogni ferita fino all'indecenza e interroga con radicalità il legame tra catastrofe, memoria e scrittura. Un romanzo da attraversare come una lunga notte di neve: inseguendo orme che, forse, al mattino non ci saranno più. Per lasciare un'ultima impronta che conti davvero: quella che sopravvive alle città che crollano e a quelle che si ostinano, dolorosamente, a rinascere.
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