Dalla fine della guerra fredda, l'insicurezza degli operatori umanitari è aumentata. Essi subiscono sia una violenza ambientale, legata ai contesti ostili in cui operano, agli effetti collaterali e ad altre forme di criminalità predatoria che si sviluppano nelle zone di conflitto; sia una violenza politica derivante dal fatto di essere etichettati da alcune parti belligeranti come 'nemici di guerra'. Le strategie messe in atto per ridurre questa vulnerabilità hanno prodotto risultati contrastanti. Da un lato, hanno progressivamente migliorato la sicurezza delle agenzie delle Nazioni Unite, del CICR e delle ONG internazionali; dall'altro, hanno provocato un trasferimento dei rischi verso il personale nazionale di queste ONG che, a causa della strategia del 'remote control management', si ritrova in prima linea nelle zone pericolose mentre il personale espatriato, trincerato in una zona sicura, supervisiona le operazioni. Esistono soluzioni efficaci per ridurre ulteriormente la vulnerabilità degli operatori umanitari: l'adozione del 'triangolo di sicurezza' di Van Brandant, la separazione dalla sfera politica e la creazione di un ordine professionale che escluda al suo interno le ONG poco scrupolose.
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