Ogni architetto, da studente, sogna di essere Howard Roark: visione assoluta, libertà totale, un'opera che è il mondo. Poi arriva la professione: incarichi minori, norme, budget, imprese, cantieri, varianti. Il progetto non coincide mai con l'edificio. Bradaschia, dopo quasi quarant'anni tra studio e insegnamento, non piange questa distanza: la riconosce come il luogo stesso dell'architettura. L'errore, il limite economico, il tempo che invecchia i muri, il riuso invece della demolizione non sono incidenti da nascondere. Sono le condizioni attraverso cui un'intenzione diventa reale, abitabile, capace di sopravvivere al proprio autore. Un viaggio dal mito del creatore solitario al mestiere etico: non la firma, ma ciò che l'edificio continuerà a fare uando il nome non conterà più.Maurizio Bradaschia (Trieste, 1962), architetto e professore. Laureato allo IUAV con Luciano Semerani, dottore di ricerca alla Sapienza, insegna Progettazione all'Università di Trieste. Dal 1987, con lo Studio Bradaschia, costruisce soprattutto opere pubbliche pubblicate e premiate (iF Design Award, German Design Award). Fondatore e direttore della rivista Il Progetto. In aula porta il cantiere; in cantiere, il giudizio.
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