Ci sono luoghi in cui si arriva per scelta. Altri in cui si arriva per errore. E poi ci sono quelli in cui, quando finalmente ti accorgi di essere arrivato, è già troppo tardi. Diego Salimbeni non conosce quel paese. Non sa perché sia stato assegnato proprio lì, non sa perché il navigatore perda il segnale, perché il Comune sembri non esistere, perché certe persone sappiano già cose che lui non ha raccontato a nessuno. All'inizio pensa che sia semplicemente un posto malfunzionante. Un paese dimenticato. Una burocrazia inefficiente. Una comunità provinciale con le sue abitudini, le sue piccole meschinità, le sue stranezze. È una spiegazione rassicurante. Ed è anche la prima cosa che il paese gli insegna. Perché a Dumbland niente accade davvero per errore. Le persone arrivano, vengono osservate, coinvolte, utilizzate. Le responsabilità cambiano proprietario senza che nessuno le assegni. Le bugie non hanno bisogno di essere credute: basta che vengano ripetute abbastanza volte da diventare procedure. E soprattutto, nessuno sembra obbligarti a diventare uno di loro. Ti basta collaborare. Una frase detta per cortesia. Una firma. Un favore. Una telefonata. Una piccola omissione. Poi un'altra. Finché arriva il momento in cui qualcuno ti guarda e ti dice, senza accusarti e senza complimentarsi: Ora lo sa fare anche lei. A quel punto la domanda non è più che cosa sia successo a quel paese. La domanda è quanto tempo ci voglia per cominciare a somigliargli. Questa è la storia di Diego Salimbeni. Ma potrebbe essere anche la storia di chiunque abbia mai pensato: Qui funziona così. E abbia continuato a vivere lì.
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